Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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domenica 11 febbraio 2018

Sanremo 2018: cronaca di un Festivàl metafisico.

Ad un certo punto hanno dovuto indossare delle giacche che sembravano arrivate direttamente dalle migliori boutique del mondo di Hork



Favino e Baglioni, cioè, hanno dovuto rendere ancor più palese ciò che noi tutti dovevamo già capire dal primissimo fotogramma di questo Festivàl pre-elettorale, quando vedemmo aprirsi la scalinata d'onore come fosse l'astronave di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Ma noi non capimmo, e loro capirono che non avevamo capito. E allora vai con un look ultradimensionale per farci capire. Questo Festivàl, dato in gestione ad un uomo che con croccante soavità e felpata eleganza aveva galleggiato elegiacamente sopra i decenni, sia che si trattasse di ammannire frammenti di Io lirico (in parole casarecce: butto me e i miei sentimenti sulla pagina, il resto ciccia) come di snocciolare riflessioni più "politiche" (cfr. P. Jachia, Claudio Baglioni. Un cantastorie dei giorni nostri 1967-2018 Frilli editori, cap. 8), mai però gravate dalla melma di qualsivoglia ideologia, questo Festivàl insomma era nato per essere "al di sopra" di tutto o, come si dice per gli imperatori  giapponesi quando schiattano, "al di là delle nuvole". Tutto, in questi cinque giorni, è stato cosparso col più raffinato cinnamomo del disimpegno, anche quando i momenti parevano impegnati: la canzone anti-terroristica dei due piacioni, i Dj bolognesi stonati come un esercito di campane zoppe che esibivano i tesserini degli operai della FIAT, il pezzo pro-migranti di Favino (SUPERLATIVO) che faceva da traino al duetto Mannoia-Baglioni (finito il quale grazie a tutti, grazie a Ivano Fossati, uh come siamo stati sensibili e via dritti dietro le quinte con un "tre stronzi" che svolazzava a mezzo microfono), il veloce reminder della giornata del ricordo delle Foibe "per non dimenticare" e poi subito la pubblicità, la sontuosa praeteritio per cui "avremmo voluto ricordare i cantanti morti come Mango e altri, ma pace" e poi tutti a cantare La canzone intelligente. Encomiabile tutto, s'intende. Ma tutto, irrimediabilmente, "estetico". Al di là del qui ed ora. Senza la pesante retorica pedagogica dei Festivàl di Fabio Fazio, né il furbo sfruttamento dei precordi pietistici made in Carlo Conti, ogni attimo di Sanremo Eighteen è stato puro spettacolo, senza note a pie' di pagina o ditini alzati per svegliare le coscienze quiescenti del pubblico. Il Baglioni prima maniera era del resto quello che sbatteva in faccia alla platea E tu come stai? quando altri avevano pronto in canna Banana Republic. Claudio ha insomma impresso alla sua esperienza sanremese un certo ritmo stilistico che vorremmo definire petrarchesco; è noto che il linguaggio poetico di Francescuccio, quando Francescuccio scrive in volgare, è caratterizzato dalla cosiddetta aristocratica medietà, dicasi cioè l'effetto che si raggiunge impiegando vocaboli né troppo elevati né troppo bassi. Orbene, il collocarsi dei vocaboli scelti "in mezzo" tra gli estremi del registro espressivo dà luogo ad una lingua poetica che di fatto è sin troppo "pulita" per essere sovrapponibile a quella parlata, e risulta quindi, per puro amor di paradosso, aristocratica. Ecco: Baglioni ha disseminato per il Festivàl momenti mai troppo alti e/o pretenziosi né all'opposto pecorecci, creando una perfetta teca di cristallo, una lanterna magica in cui ogni riflesso del Reale è diventato Arte senza più veri agganci col Reale di partenza (sigla di Heidi esclusa). Da siffatto piedistallo, ecco il guizzo verticale, grazie soprattutto all'eccellenza sua (di Claudio, cioè) e di Favino, capaci di dare il meglio da soli o di moltiplicare la bravura dei co-duettanti chiunque essi fossero, si trattasse del già atomico Fiorello o pure di Gianna Nannini che non vedeva l'ora di andarsene, come di rendere decenti i meno dotati, vedasi la bionda nel remake di Despacito. Questa è la performance che vogliamo: eccellenza che però non è mai sconfinata nell'autocompiacimento spocchioso, nemmeno quando si è trattato di tenere delle note per 30 secondi. E il pubblico è stato coinvolto, ma non catechizzato né solleticato nei bassi istinti: sul podio sono andati una ballata tutta cuore (Annalisa), una clownesca satira con ballerina ottuagenaria (Lo stato sociale) e una canzone di sbriciolata attualità per cui mi rimetto al giudizio del blog Tuttofamedia: "Non parlo del plagio ma proprio di portare una canzone letteralmente oscena che mira solo alla circonvenzione di incapaci: Il Cairo, Parigi, Londra, Nizza, chiese, moschee, chi prega sui tappeti, galassie, scambiamoci la pelle in fondo siamo umani. MA CHE CAZZO DITE". Un po' di tutto, ma nulla di troppo. Al pubblico, soprattutto, si è chiesto di ammirare un palco che era contemporaneamente a Sanremo e in un Altrove in cui il Bello è andato in cerca di se stesso, rispecchiandovisi come il miglior Narciso alla fonte.
E così, tra duetti, trietti, quartetti tutti giuocati sulle SUE canzoni, intervallati dalla trascurabile presenza dei cantanti in gara, Claudione nostro ha agglutinato attorno al SUO Festivàl tre-quattro generazioni di pubblico, ricordando a noi tutti, in quest'epoca di tregenda, che in passato siamo stati capaci di sognare. O forse che abbiamo sognato troppo, o meglio ancora ci hanno fatto sognare troppo per anni, salvo poi svegliarci poveri e scemi. In ogni caso, grazie per questi cinque svolazzanti giorni, Claudio. Attento però a non pretendere gli onori divini per tutto ciò che hai fatto: l'ultimo tuo omonimo che ci ha provato è salito al cielo in forma di zucca

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