Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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domenica 18 dicembre 2016

ITALICA - 3- Ancora col metodo.

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E' vero che Cartesio ha scritto una volta per tutte il Discorso sul metodo e poi non l'ha più rivisto, gettandolo nel mondo bello com'era appena uscito dalla stamperia: molto meglio, si disse l'uomo pineale, andare a fare jogging con la regina di Svezia e schiattare di polmonite.
Più di recente, quando Charles de Gaulle, ultimo monarca di Francia (lol), fece l'eutanasia alla Quarta Repubblica per sopravvenuta Algeria, creò la Quinta dalla sera alla mattina, ne buttò giù uno scartafaccio di Costituzione, mise insieme il semipresidenzialismo con tutti i suoi addentellati (elezioni a doppio turno, ballottaggi, possibilità di coabitazione tra un Capo dello Stato di un partito e un premier dell'altro) e finita lì. Il metodo per tenere su la Francia era quello e i successori, si chiamassero Valéry Giscard d'Estaing o François Mitterrand, vi si attennero scrupolosamente. Giusto Chirac, ma siamo nel campo delle finezze di pura scuola alessandrina, ha ridotto gli anni di presidenza da sette a cinque (ridotto... vi rendete conto?). Per il resto, dal 1958 la République Française è come la vediamo tutti.
Loro, del resto, di passaggi non incruenti tra repubbliche e repubbliche, con neo-monarchie, imperi e regimi filo-nazisti dal nome di crema idratante a far da intermezzo, se ne intendono. Oggi però si presentano al mondo con un assetto politico perlomeno coerente da decenni, il che non implica che lassù vada tutto bene, ma le figure di palta che la nostra politica rimedia di fronte a tutti i Paesi civili non hanno paragoni.
E veniamo a oggi, con una discussione interessantissima: la nuova legge elettorale (l'ennesima) dalla cui redazione dovrebbe finalmente discendere un assetto politico stabile sia per la Camera che per il Senato. L'ultima proposta che pare stia acquisendo credito crescente è quella del maggioritario più o meno esemplato sul mattarellum di Mattarella. Il quale si chiederà per quale strambo giro dell'oca si torni là dove la seconda Repubblica, auspice lui medesimo, pareva iniziare tra salve di cannone ed evviva! di rinnovamento.
Già lo dissimo altrove: illudersi che la legge elettorale sia la cura miracolosa per tutte le storture della vita parlamentare è come credere che uno scolaro poco dotato diventi di botto un genio solo cambiando metodo di studio. Bisogna intervenire chirurgicamente su mali ben più profondi della nostra coscienza civile, quali il familismo amorale, la propensione a sacrificare sistematicamente l'interesse pubblico a quello privato, l'idea che il potere sia una diligenza da assaltare ed uno strumento per punire anzitutto chi non è con noi e poi riempire di favori i nostri alleati. E molto altro, tutto ciò insomma da cui dipendono le ormai settantennali crisi di governo ad orologeria, con maggioranze che cadevano sul nulla, per tacere dei vorticosi cambi di casacca cui i parlamentari ci hanno abituato negli ultimi due decenni. La coerenza disintegrata dall'egoismo spicciolo. 
Bene.
Adesso il neo-mattarellum risolverà tutto, perché la corsa, nei collegi uninominali, la fanno i candidati che devono guadagnarsi sudando sangue i voti degli elettori, non sono calati dall'alto dalle segreterie nel comodo e caldo cestello delle liste bloccate. Macché: consensi da guadagnarsi casa per casa, piazza per piazza, perché col maggioritario uninominale l'elettore vota la persona, non il partito. 
Come no...
Credo a questo punto che ai fautori caldi e croccanti di questo ritorno a sistemi ormai sepolti, quelli che ora si stracciano le vesti per i governi non eletti dal popolo, giovi ricordare un paio di cosette, giusto perché sappiano che la zuppa della nostra politica è così da un pezzo.
Una, che dovremmo sapere noi tutti per i quali la consapevolezza della storia della politica italiana rimanda indietro di almeno un trentennio, è questa: il tanto rimpianto mattarellum non ha garantito nulla. Esso nacque, visse e defunse tra il 1994 e il 2006, venendo applicato in tre corse elettorali che hanno dato luogo ad almeno due legislature imbarazzanti (1994-1996 e 1996-2001), laddove la terza (2001-2006), pur essendo esteriormente occupata dal solo Berlusconi (che si voglia splittare la sua esperienza in Berlusconi II e III o II e IIbis o II e basta) ha così chiaramente mostrato il bello e l'efficacia del mattarellum che esso mattarellum medesimo è stato fatto morire per essere sostituito dall'orribilerrimo porcellum, del quale curiosamente tutti rinnegano la paternità.
Più nello specifico, signori della giuria, col mattarellum associato ad una elargizione di collegi a dir poco suicida, Berlusconi fece avere alla Lega Nord un numero di seggi tale da poterlo allegramente sfiduciare nell'autunno del 1994 dopo solo sette mesi di governo; seguì poi il capolavoro del governo Dini, voluto da Berlusconi, ma tenuto su dai voti di quelli che a Berlusconi si erano opposti, mentre all'opposizione ci finiva Berlusconi stesso. Geniale.
Le politiche del 21 aprile 1996 videro invece il mattarellum declinato nel democraticissimo metodo della desistenza, per cui agli elettori dell'Ulivo, cioè di Romano Prodi, si chiedeva caldamente di votare i candidati di Rifondazione comunista in un certo numero di collegi, sì da ottenere il contro-voto rifondarolo in tutti gli altri dove il candidato ulivista si presentava senza avversari a sinistra. Risultato: Ulivo comodo al Senato, in bilico alla Camera, proprio in virtù dei seggi ottenuti da Rifondazione. Risultato del risultato: governo Prodi sfiduciato alla Camera (ottobre 1998, unico caso in tutta la storia repubblicana) dopo due anni e mezzo e nuovo governo guidato dal simpatico assai D'Alema. E sostenuto da chi? Massì, da un tot di ex-deputati centristi filo-berlusconiani scopertisi patrioti di sinistra coll'arrivo dell'autunno e rinominatisi UDR (Unione Democratica per la Repubblica)(che poi: mi vuoi dire che gli altri parlamentari non sono democratici e non sono per la repubblica?). 
Bene, D'Alema dalemeggia da par suo, dopo una gioventù di estrema sinistra concede agli odiati yankees le basi per andare a bombardare l'ex Jugoslavia, poi a fine 1999 qualcuno dei suoi gli dice che lui... boh, gli dice qualcosa, nessuno capisce niente, fatto sta che D'Alema si dimette e poi ritorna in sella con un governo rimpastato che va a schiattare nella primavera successiva con la débacle alle elezioni regionali, stravinte per 10-5 dal centrodestra. 
Elezioni? Macché, la maggioranza c'è ancora, dicono, era D'Alema ad essere antipatico. Ed ecco che per un annetto mi va a guidare il governo uno che aveva gridato e giurato ai quarantaquattro venti che in politica, per carità, mai più: Giuliano Amato, ex braccio destro di Craxi, rapido a rinnegarne la bracciodestraggine quando Craxi medesimo tracollò.
E via così, ancora un anno a tener su una legislatura con l'ossigeno e il defibrillatore. Poi Berlusconi rivince nel 2001 e, numeri alla mano, governa comodo. Sennonché, lamenta l'uomo di Arcore, i suoi alleati continuano a mettergli il piombo nelle ali, ostacolando tutti i suoi provvedimenti per rinnovare l'Italia. Ecco quindi nell'estate del 2003 i quattro tavoli e la cabina di regia per tentare di mettere ordine in una coalizione solo esteriormente compatta, poi, sondaggi alla mano, la consapevolezza che col mattarellum alle elezioni del 2006 non c'è speranza. Ed eccoci al porcellum, vero sudario di ogni democratica libertà di mandare in Parlamento chi si vuole. Ma fermiamoci pure al 2006. Qual è stato, quindi, lo spettacolo offerto da questo sistema elettorale maggioritario? Lo stesso di quando c'era il proporzionale: agguati, instabilità, interessi di bottega. Tiriamo pure delle casarecce somme: in dodici anni di Parlamento mattarellico si sono succeduti al timone di Palazzo Chigi 6 governi, 8 se si splittano D'Alema e Berlusconi 2001-2006. Meno certamente della media di tutto il settantennio, ma comunque troppi rispetto a qualsiasi Paese avanzato. Ci duole quindi concludere che no, non è il maggioritario la ricetta.
Non lo è anche un secondo motivo, più municipale, ma non meno significativo. A chi sostiene che coll'uninominale il candidato ci mette la faccia e gli elettori se li deve guadagnare indipendentemente dalla parte politica di pertinenza, mi pregio di portare l'esempio delle nostre elezioni bresciane per il Senato nel 2001. Candidato nella circoscrizione 22- Brescia per la Casa delle Libertà (Berlusconi, sempre) era l'ottimo giornalista Paolo Guzzanti. Personaggio sulfureo, padre di cotanti comici, intellettuale e giornalista dal senno fine e dalla penna corrosiva, tutto bene insomma, ma... non esattamente bresciano di origini. Romano, anzi, pare. Vissuto a Brescia per anni come Ambra Angiolini o Mina? No no. Cultore da tempo immemore del nostro spiedo e quindi bresciano per adozione in virtù di banchetti e lieti conversari più e più volte ripetutisi nel tempo? Nemmeno. Guzzanti conosceva Brescia come presumibilmente io posso conoscere La Spezia, essendoci passato di sguincio una volta mentre andavo al mare a Castiglioncello. La cosiddetta conoscenza del territorio, nonché la familiarità con la mentalità dell'elettorato locale, che sarebbero i requisiti ineliminabili dei candidati col maggioritario erano, nel caso di Guzzanti, pura chiacchiera ('elettorato ostile', disse di noi, 'linguaggio violento', eccallà...). Serviva un collegio libero, comodo, e statisticamente sicuro: nulla a che vedere con la certezza assoluta data dalle liste bloccate, ma il meccanismo era affine: siccome nella Seconda repubblica la passione politica è sinonimo di tifoseria, non importava chi fosse il tizio in questione, è della mia parte, ok, votiamolo. E così fu. E così Guzzanti ascese al soglio palazzomadamesco (tralasciamo le intemperanze degli anni successivi, che lo portarono a mollare e riprendere Berlusconi con movimenti a fisarmonica degni di un gitano). Davvero potevamo dire di aver mandato in Parlamento uno che ne sapeva di cose bresciane? Certamente no, visto poi che, come primo firmatario, presentò disegni di legge di interesse, diciamo, limitato per noi del Cidneo (belle, eh, le disposizioni di riordino e promozione del pugilato... per non parlare dell'istituzione della figura professionale dell'educatore cinofilo...). Ma era la faccia oscura del maggioritario: c'è SOLO quel candidato della parte che piace a me, e se non voto lui vince l'altro. Piuttosto, allora... voto lui, anche se della mia terra egli nulla sa né mai saprà.     
Non esiste, insomma, sistema elettorale perfetto, ma il problema è che noi italici riusciamo a far funzionare benissimo solo i difetti e le storture di tutti quelli a cui ci affidiamo. 
Se ne ricordino, i geniacci del presentismo.

2 commenti:

  1. C'è un vizio di forma nella sua analisi, il Mattarellum non è un sistema maggioritario vero visto che il 25% degli eletti è fatto con il proporzionale, x il resto concordo soprattutto sul discorso delle preferenze, ad esagerare saranno un 15% quelli che esprimono una preferenza e non votano solo il partito.

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    1. Ringrazio della opportuna precisazione: non avendo io fiducia alcuna in questo sistema elettorale, visto anche il tripolarismo di oggi che non è il bipolarismo di allora, quindi è anche peggio, non mi sono soffermato sul dettaglio. Resta inteso che da noi si vota per tifo e non per convinzione politica.

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